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PERSONE

Davide Rampello

Dieci anni di Refettorio Ambrosiano

Idee e progetti del poliedrico regista e direttore creativo, già direttore della Triennale, curatore del Padiglione Zero all’Expo 2015 e ideatore, con Massimo Bottura, del Refettorio Ambrosiano

DI PAOLO CRESPI

25 February 2025

Nato dalla ristrutturazione di un teatro abbandonato nel quartiere periferico di Greco, il Refettorio Ambrosiano poggia le sue fondamenta sulla partecipazione entusiasta di moltissimi protagonisti dell’eccellenza italiana: designer, artisti, artigiani e grandi aziende hanno infatti generosamente contribuito alla realizzazione di questo luogo unico di bellezza e solidarietà. Concepito da Davide Rampello e Massimo Bottura custodisce ancora – a quasi dieci anni dalla sua riprogettazione – una mission ben precisa: coniugare l’atto di offrire cibo a chi ne ha bisogno con i valori di arte e cultura. Fermamente convinto che la prossimità solidale, dal più semplice gesto di aiuto reciproco, sia prima di tutto un gesto di bellezza, Davide Rampello è ora in libreria con Design della Cura, libro firmato insieme al figlio Daniele che applica il concetto di “cura” non più soltanto agli altri ma anche verso sé stessi e le cose del mondo.

Il prossimo 5 giugno il Refettorio compirà dieci anni. Su quali basi nacque il progetto e il rapporto con la Caritas?

L’idea del Refettorio ci venne durante Expo 2015, dedicato come ricorderete al tema “nutrire il pianeta, energia per la vita”. Lo chef Andrea Berton, ambassador della manifestazione, aveva invitato alcuni amici nel suo nuovo ristorante milanese e con me, a tavola, c’era anche il suo collega stellato Massimo Bottura, che mi confidò la sua intenzione di cucinare nell’ambito di Expo dando un segnale preciso sulla sostenibilità, mediante il riuso degli “avanzi” del giorno prima. Gli proposi di dare un seguito alla cosa creando un’iniziativa a Milano che avrebbe avuto più chance di incidere davvero sulla comunità e sopravvivere all’anno e agli insediamenti dell’Esposizione Universale, destinati come sapevamo a essere smantellati. Mi attivai subito per trovare uno spazio adeguato e dalla Curia milanese mi fu indicata la parrocchia del quartiere Greco: possedeva un teatro dismesso che poteva fare al caso nostro. Corsi a visitarlo, era bellissimo e compresi subito che con i dovuti interventi sarebbe stata la sede ideale.  

Cosa successe nell’immediato?

In soli due giorni mi attaccai al telefono e raggiunsi tutti quelli che potevano dare una mano, gratuitamente, a partire da Giovanni Azzone, allora rettore del Politecnico, da cui arrivò il progetto di ristrutturazione. Subito dopo chiamai i tredici designer citati sul sito del Refettorio che idearono i tavoli da otto (realizzati in legno di quercia da Riva) su cui vengono tuttora serviti i pasti alle persone indigenti, agli anziani e agli altri ospiti che frequentano questo luogo di inclusione. Thun ci regalò tutta la boiserie, Artemide l’illuminazione, Kartell le sedie, Alessi le posate, Agnelli le pentole, mentre la torre scenica dell’ex teatro fu trasformata in cappa e rivestita interamente in rame da Enzo Manes, patron di KME. E infine gli artisti: Mimmo Palladino, Enzo Cucchi, Maurizio Nannucci…  Tutti, in quarantott’ore, risposero all’appello. E in capo a sei mesi eravamo pronti a partire.

Perché era così importante per voi avere a disposizione un luogo bello, anche esteticamente?

Personalmente mi ispirava un passaggio di Sant’Agostino nelle Confessioni: “Nutre la mente sol ciò che la rallegra”. In questa prospettiva era necessario creare non semplicemente una mensa, dove si mangia e basta, ma un refettorio che è anche un convivio, un luogo dove l’uomo si ricrea, si rifà, secondo l’etimo del termine. Per l’avviamento, con Bottura intervennero altri cuochi suoi amici che una volta a settimana si recavano lì per cucinare con gli alimenti inutilizzati del giorno precedente. Questa formula è rimasta nella sostanza invariata e da dieci anni a questa parte, tutti i giorni, cento persone a pranzo e altre cento la sera si siedono per consumare un buon pasto caldo, accompagnate sul posto dai volontari della Caritas, a cui è affidata la gestione.

Come si è integrata questa istituzione nel tessuto sociale di Milano?

La cosa meravigliosa è che dopo qualche polemica e l’opposizione iniziale degli abitanti del quartiere, l’iniziativa è stata accolta con grandissimo favore e il luogo è diventato anche un centro di aggregazione sociale e quindi un’opportunità culturale per tutti coloro che risiedono a Greco.

Nella sua carriera lei ha ricoperto numerosi incarichi. Oltre a essere attivo in tv e nell’insegnamento universitario, oggi è direttore creativo dello studio Rampello & Partners, fondato da suo figlio Daniele. Chi sono i vostri clienti e perché si rivolgono a voi per riprogettare la propria attività istituzionale o d’impresa?

La nostra clientela è molto varia e comprende aziende come la Ducati, associazioni di categoria come la Federazione italiana pubblici esercizi, assicurazioni (Generali) ed enti pubblici come le regioni e i ministeri. Chi si rivolge a noi sceglie l’approccio innovativo che abbiamo messo a punto nel corso tempo e che va sotto il nome di “Design della Cura”, condensato ora in un volumetto, disponibile nelle Feltrinelli, che abbiamo avuto il piacere di presentare proprio nella sala mensa del Refettorio a fine di gennaio, alla presenza del direttore della Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti. Definiamo il nostro lavoro di consulenza una “manifattura di idee”, basata, invece che sulle classiche linee guida del marketing e su “mission” e “vision” ampiamente scadute, su una disciplina che ci siamo dati come gruppo di lavoro e che chiamiamo “la regola”, in omaggio a quelle che hanno governato per secoli le comunità monastiche. Tra gli otto concetti che abbiamo enucleato e che sono un po’ il nostro mantra, spicca quello del “prendersi cura” che si riallaccia al tema rinascimentale dell’homo curiosus, attratto cioè dalla conoscenza delle cose. Se a questo concetto della cura-conoscenza accosti quello del design, che vuol dire cultura del progetto, ecco che tu strutturi la tua azione su un progetto di conoscenza. Quello che si sviluppa con i partner è un rapporto basato su un assetto valoriale. E l’attenzione alle parole e al loro utilizzo quotidiano è parte integrante, fondamentale di questo percorso: la trascuratezza del linguaggio che caratterizza questo momento storico è sintomo di un caos più generale a cui è possibile porre rimedio mediante lo studio, l’approfondimento, la cura di sé e dell’altro.

davide rampello design della cura libro

Design della Cura
Di Davidel Rampello
De Ferrari Editore

 

 

In apertura, Davide Rampello. Foto di Marco Onofri

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