In occasione della presentazione milanese di Another Hendrick’s, nuova referenza permanente della storica maison scozzese, abbiamo incontrato Lesley Gracie, la master distiller che ha contribuito a ridefinire il linguaggio contemporaneo del gin. Una conversazione tra botaniche, intuizioni creative e cultura della mixology
DI MARCO TORCASIO
26 May 2026
C’è stato un momento, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, in cui il gin ha smesso di essere soltanto un classico da backbar per trasformarsi in un linguaggio creativo. La mixology contemporanea stava iniziando a ridefinire i propri codici estetici e aromatici, i bartender cercavano nuovi ingredienti, nuovi racconti, nuove identità liquide. In quel contesto Hendrick’s ha rappresentato qualcosa di profondamente diverso: non semplicemente un nuovo gin, ma un modo nuovo di pensare il gin.
Rosa e cetriolo, un immaginario eccentrico e vagamente vittoriano, un approccio quasi “botanico” alla costruzione del distillato: elementi che oggi sembrano naturali nel lessico del premium spirits, ma che alla fine degli anni Novanta apparivano decisamente fuori dagli schemi. È anche grazie a quella rottura estetica e gustativa se oggi il gin continua a essere uno dei territori più fertili per la sperimentazione contemporanea. Milano, in questo senso, è forse una delle città europee che meglio raccontano l’evoluzione della cocktail culture: una scena in continuo movimento, sempre più internazionale, dove tecnica, ricerca e storytelling convivono dietro il bancone con grande naturalezza. Non sorprende quindi che Hendrick’s abbia scelto proprio il capoluogo lombardo per presentare Another Hendrick’s, nuova release permanente del brand scozzese.
Ma parlare con Lesley Gracie significa accorgersi subito che, dietro uno dei gin più influenti degli ultimi venticinque anni, esiste soprattutto un approccio profondamente istintivo alla creatività. Le sue risposte si muovono continuamente tra chimica e memoria olfattiva, osservazione scientifica e curiosità personale. Più che una master distiller, sembra una ricercatrice mossa prima di tutto dalla curiosità, sulle piante e sulle possibilità che possono nascere mettendo insieme elementi apparentemente lontani.
Sono cresciuta circondata dai fiori. I miei genitori erano giardinieri e credo che quella familiarità con le piante sia rimasta con me in modo molto naturale. Successivamente ho studiato chimica e ho iniziato a lavorare nel settore farmaceutico, occupandomi di formulazioni. Quando mi sono trasferita in Scozia per entrare in William Grant & Sons mi occupavo ancora di aspetti molto tecnici. Poi, alla fine degli anni Novanta, Charles Gordon, pionieristico discendente della famiglia fondatrice del gruppo, iniziò a lavorare all’idea di un gin completamente diverso da quelli esistenti e io fui coinvolta nel progetto. In qualche modo mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto.
Probabilmente tutte queste cose insieme. Dipende molto dal momento, dal luogo in cui mi trovo, dalle persone che incontro. Anche viaggiare è importante perché cambia continuamente il modo in cui osservi gli ingredienti. Quando guardo una pianta tendo però sempre a osservarla anche da un punto di vista biochimico. Mi chiedo cosa renda quell’aroma erbaceo, floreale o speziato. Ogni botanica è incredibilmente complessa e contiene moltissimi composti aromatici differenti. La parte più interessante arriva quando inizi a domandarti: Cosa succederebbe se combinassi elementi apparentemente lontani? È da lì che spesso nascono le idee migliori.
Molto. Ma deve convivere con la conoscenza tecnica. Credo che il mio lavoro sia sempre un equilibrio tra intuizione e rigore scientifico.
No, assolutamente. Volevamo semplicemente creare qualcosa che fosse diverso da ciò che esisteva in quel momento. All’epoca il gin era una categoria molto più tradizionale e probabilmente anche meno dinamica rispetto a oggi. Hendrick’s ha introdotto un approccio più creativo e narrativo, ma sinceramente non avrei mai immaginato che sarebbe diventato ciò che è oggi.
In origine Charles Gordon aveva espresso un desiderio molto preciso: voleva che il gin contenesse rosa e cetriolo, due elementi molto British ma assolutamente inconsueti per la categoria. E quando due botaniche riescono a dialogare tra loro senza coprirsi a vicenda succede qualcosa di molto interessante.
Assolutamente sì. I bartender hanno una sensibilità straordinaria nel costruire sapori ed esperienze. Mi ha sempre affascinato il loro modo di lavorare perché osservano gli ingredienti da una prospettiva completamente diversa dalla mia. A volte basta una conversazione o un drink assaggiato in un bar per accendere un’idea. È successo molte volte nel corso degli anni.
È molto interessante perché quando abbiamo iniziato il contesto era completamente diverso. Oggi esiste una curiosità molto più forte verso gli ingredienti, le tecniche e la sperimentazione aromatica. Milano in questo senso è una città molto stimolante: c’è grande attenzione alla qualità ma anche voglia di provare cose nuove. E penso che il gin continui a essere un distillato perfetto per questo tipo di creatività.
Il cacao è un ingrediente che mi affascina da molti anni, ma è anche molto difficile da utilizzare nel gin. La cosa interessante è che il cacao, prima della tostatura, non ha affatto un profilo “cioccolatoso” come molte persone immaginano. Può essere floreale, morbido, quasi vinoso. L’idea ha iniziato a prendere forma durante un viaggio in Messico, quando un bartender mi servì un cocktail guarnito con un fiore di cacao. Mi colpì immediatamente. Successivamente ho cercato qualcosa che potesse accompagnare il cacao senza dominarlo, e il fiore d’arancio ha funzionato molto bene perché porta freschezza e luminosità.
Il gin è un distillato incredibilmente versatile e questo gli permette di evolvere continuamente. Rispetto ad altri spirits offre una libertà creativa molto ampia. Detto questo, non credo molto nell’idea di seguire i trend. In Hendrick’s crediamo in ciò che nasce in modo sincero.
Credo che le persone cerchino soprattutto autenticità. Naturalmente il gusto è fondamentale, ma oggi c’è anche voglia di scoprire qualcosa che abbia personalità e carattere. I consumatori più giovani sono molto curiosi, vogliono sperimentare, assaggiare cose nuove e lasciarsi sorprendere. E penso che il gin possa continuare a offrire infinite possibilità da questo punto di vista.
