Dalla formazione scientifica alla cucina d’autore, lo chef costruisce un percorso solido tra Milano e la Francia. Oggi guida il ristorante Pellico 3, all’interno del Park Hyatt, con rigore tecnico e sensibilità italiana, dando forma a una proposta contemporanea e riconoscibile
DI SIMONE ZENI
20 May 2026
Ho iniziato al Mudec, nel ristorante dello chef Enrico Bartolini. Dopo la laurea in ingegneria ho capito, con una certa chiarezza, e anche dopo diverse riflessioni personali, che quella non era la mia strada e ho deciso di trasformare la passione per la cucina in un lavoro vero e proprio. Già dal primo giorno ho compreso, in modo piuttosto immediato, che sarebbe diventata la mia professione e che avrei voluto costruire lì il mio percorso.
È stata fondamentale sotto molti punti di vista. Ho appreso le basi del mestiere, ma anche il rigore necessario e il valore della dedizione quotidiana, maturando nel tempo un legame profondo con la cucina e con tutto ciò che rappresenta a livello professionale e personale.
Ho lavorato in Francia, al Pavillon Ledoyen con Yannick Alléno e al Plaza Athénée di Alain Ducasse, quando l’executive chef era Romain Meder. In particolare, il Pavillon Ledoyen è stata l’esperienza più formativa, anche perché ha coinciso con la fase iniziale del mio percorso e mi ha permesso di consolidare e sviluppare quanto avevo iniziato ad apprendere.
Ho iniziato a settembre 2021, quando l’hotel era ancora chiuso per ristrutturazione e quindi in una fase di transizione importante. Ha riaperto a marzo 2022, ma nei mesi precedenti abbiamo lavorato in modo molto intenso alla costruzione della brigata e alla definizione dei menu, curando ogni dettaglio.
È nato in modo naturale, senza forzature particolari: la proprietà desiderava mantenere un ristorante gastronomico e mi ha coinvolto direttamente nello sviluppo del progetto. Insieme all’architetto Flaviano Capriotti abbiamo creato uno spazio coerente con la mia idea di cucina, cercando un equilibrio tra identità e visione.
È un incontro tra cultura italiana e tecnica francese o, meglio: una cucina dal gusto italiano costruita su basi e metodi francesi, frutto del mio percorso e delle esperienze vissute nel tempo, che si riflettono in modo evidente nei piatti.
Il ristorante propone due percorsi degustazione. “I miei orizzonti” si sviluppa in sette portate e attraversa terra, mare e mondo vegetale, con un approccio tecnico rigoroso e una visione ampia e contemporanea. “La mia città” è invece un percorso di cinque piatti che punta maggiormente sulla memoria e sul comfort, reinterpretando sapori familiari in chiave attuale.
Non mi identifico in un solo piatto in maniera assoluta, ma oggi sceglierei l’Irish Coffee di champignon e il raviolo di Parmigiano Reggiano 18 mesi. Il primo valorizza il fungo in diverse consistenze, mentre il secondo unisce in modo armonico anima italiana e tecnica francese.
La clientela è prevalentemente internazionale, con una presenza significativa anche di ospiti milanesi e italiani, creando così un mix interessante e variegato.
Sì, la zona tra Porta Romana e Corso Italia, dove sono cresciuto e a cui sono legati i miei ricordi più importanti, sia personali sia legati alla mia formazione.
L’intervista allo chef Guido Paternollo è stata pubblicta su Club Milano 79