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ARTE

Federico Giani

Pomodoro, la memoria prende forma

Il curatore della Fondazione Arnaldo Pomodoro, racconta come ricerca e pratica espositiva concorrano a rileggere l’eredità dell’artista. La nuova mostra sulla collezione diventa il punto di partenza per ricostruire relazioni e memorie capaci di parlare al presente

DI MARCO TORCASIO

14 October 2026

Dal 3 ottobre al 30 maggio 2027 la Fondazione Arnaldo Pomodoro presenta Open Studio #5. La Collezione di Arnaldo Pomodoro – Vol. I, prima parte di un progetto biennale dedicato alla raccolta d’arte costruita dall’artista attraverso acquisti, scambi e doni. Allestita negli spazi del suo Studio, la mostra restituisce un ritratto più intimo di Pomodoro attraverso opere, relazioni, amicizie e confronti che hanno accompagnato oltre sessant’anni della sua ricerca. Da qui prende avvio la conversazione con Federico Giani: un dialogo sul lavoro curatoriale, sull’archivio, sulla memoria dell’artista, sull’identità della Fondazione, sul rapporto con Milano e con le nuove generazioni.

Qual è stato il percorso che l’ha portata alla Fondazione Arnaldo Pomodoro?

Dopo l’Accademia di Belle Arti di Brera e la Laurea magistrale in Storia e critica dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano ho conseguito un Dottorato di ricerca in Scienze dei beni culturali e ambientali. Sono arrivato in Fondazione nel 2012, in una fase di transizione: si era appena conclusa l’esperienza della grande sede espositiva di via Solari 35, attiva dal 2006 al 2011, e si stava preparando l’apertura della sede più piccola accanto allo Studio, avvenuta nel 2013. Ho quindi vissuto direttamente il momento in cui le attività della Fondazione venivano riorganizzate attorno allo Studio di Pomodoro, destinato a diventare, come è oggi, il luogo in cui si svolgono sia le attività espositive sia quelle rivolte al pubblico.

Com’è cambiato il suo modo di guardare all’opera di Pomodoro negli anni?

Ho avuto la fortuna di lavorare in Fondazione con Arnaldo immergendomi nel suo mondo e dialogando direttamente con i suoi assistenti storici. Tutto questo mi ha permesso non soltanto di approfondire la sua opera, ma anche di comprenderla meglio all’interno delle relazioni, delle esperienze e del contesto culturale in cui si è sviluppata.

Fa distinzione tra il lavoro del curatore e quello dello storico dell’arte?

Per come intendo il mio lavoro i due ruoli sono strettamente legati. Lo storico dell’arte ricostruisce i fatti, mette in relazione opere, documenti e avvenimenti e cerca di restituire un quadro il più possibile preciso di un determinato percorso. Il curatore parte da quella conoscenza, ma compie un passaggio ulteriore: seleziona, interpreta e costruisce un racconto capace di restituire quei contenuti al pubblico, chiedendosi anche quale significato possano avere oggi.

Quanto è centrale l’archivio nel suo lavoro?

È una parte fondamentale. Quando sono arrivato, quattordici anni fa, l’archivio era ancora in carico allo Studio dell’artista ed era prima di tutto uno dei suoi strumenti di lavoro. Nel corso degli anni c’è stato un progressivo passaggio di consegne: prima la gestione e poi l’eredità dell’Archivio sono passate alla Fondazione. Da diverso tempo lavoriamo al riordino, alla catalogazione e alla sua implementazione. Per noi rappresenta un bacino di conoscenze a tutto campo sulla vita di Pomodoro, sulla sua attività artistica e sul contesto nel quale ha operato.

Pomodoro non è soltanto un autore, ma anche il centro di una rete di artisti, critici e intellettuali. La Fondazione vuole mettere in luce anche questa dimensione?

Sì, è un aspetto che cerchiamo sempre di evidenziare nelle mostre di carattere storico e che sarà particolarmente importante nella mostra che apre a ottobre, la prima di due dedicate alla collezione di Pomodoro. Attraverso le opere degli artisti che ha scelto di collezionare vogliamo far emergere l’ampiezza della sua rete di rapporti: amicizie, collaborazioni, scambi e interessi verso ricerche anche molto diverse dalla sua.

La mostra rientra nel progetto Open Studio. In che cosa consiste?

È il titolo che abbiamo dato al ciclo di mostre annuali allestite nello Studio di Pomodoro. L’idea è che il pubblico, mentre visita la mostra, possa entrare anche negli spazi che l’artista ha vissuto e nei quali ha lavorato. Ogni esposizione approfondisce un aspetto specifico della sua ricerca o della sua biografia. Per quattro anni ci siamo concentrati su momenti particolari del suo percorso artistico; ora, per due anni, abbiamo scelto di osservarlo da un’altra prospettiva, attraverso la sua collezione. Non saranno esposte opere di Pomodoro, ma soltanto lavori di artisti che lui ha collezionato. In questo modo, attraverso le opere degli altri, continuiamo in realtà a raccontare la sua storia.

Con quale sentimento si avvicina a questo progetto?

È una mostra che mi emoziona per il lavoro di scoperta che ha comportato. Accanto a nomi come Fontana, Boetti e Isgrò, ci sono artisti forse meno familiari al grande pubblico ma che hanno avuto un’importanza reale nel suo percorso e nelle sue relazioni. Mi auguro che la mostra riesca proprio a trasmettere questa curiosità e che spinga i visitatori a scoprire autori che prima non conoscevano.

Nella Milano di oggi, molto diversa da quella in cui Pomodoro ha lavorato, la Fondazione ha un ruolo specifico?

Da un lato abbiamo il compito di prenderci cura del suo nome, della sua opera e della sua memoria; dall’altro dobbiamo continuare a essere un luogo aperto al pubblico, alla sperimentazione e al dialogo tra generazioni. Per questo, accanto al lavoro di conservazione e approfondimento, portiamo avanti attività rivolte alle scuole e ai giovani artisti e abbiamo un premio biennale dedicato agli under 45, con una funzione di ricerca e promozione delle nuove generazioni. È un atteggiamento che riflette lo spirito stesso di Arnaldo, sempre curioso nei confronti di artisti che lavoravano con linguaggi e forme molto diversi dai suoi. Se la Fondazione ha una specificità nella Milano di oggi, credo sia proprio questa: dimostrare che ci si può prendere cura del passato continuando, allo stesso tempo, a lavorare con il presente e con le generazioni future.

Con quali strumenti cercate oggi di coinvolgere i più giovani?

Da una parte credo sia giusto sperimentare con i nuovi media, cosa che abbiamo fatto in diverse occasioni. Qualche anno fa, grazie a un bando di Fondazione Cariplo, abbiamo realizzato Missione Pietrarubbia, un progetto rivolto alle scuole medie, per metà digitale e per metà fisico, costruito attorno all’Archivio. Il videogioco utilizzava proprio l’archivio come oggetto dell’esperienza e portava i ragazzi a interrogarsi sul suo significato. Dall’altra parte, però, penso che le istituzioni culturali abbiano anche il compito di avvicinare i giovani a strumenti e linguaggi più tradizionali, che non per questo hanno perso il loro valore.

Lavorare su Pomodoro le ha fatto guardare a Milano in modo diverso?

Vivo a Milano da quando avevo diciotto anni e vi sono molto legato. Avverto però sempre di più una sorta di sovrapproduzione di eventi e mostre che rischia di diventare poco sostenibile. A volte credo sarebbe utile rallentare, per riuscire a fare le cose meglio e con maggiore attenzione. Il ritmo è talmente intenso che, nonostante lavori in questo settore, ogni anno finisco per perdermi moltissime mostre. Allo stesso tempo, però, lavorare in Fondazione mi ha permesso di conoscere meglio Milano e di appassionarmi alle sue architetture e agli interventi realizzati dagli artisti dal dopoguerra in poi. Esiste un tessuto molto ricco, capace di raccontare una città che in diversi momenti della sua storia ha saputo investire sulla sperimentazione e sull’inventiva.

L’intervista a Federico Giani è stata pubblicta su Club Milano 80

 

 

 

In apertura, Federico Giani ritratto da Francesco Mazzei

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