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PERSONE

Elisabetta Sgarbi

Lavorando raccolgo energie per vivere

Editrice de La Nave di Teseo, organizzatrice della Milanesiana, regista di film d’autore, produttrice degli Extraliscio, ama tutte le sue creature ed è veramente se stessa quando pensa e realizza una cosa bella

DI PAOLO CRESPI

08 March 2023

Editrice, regista, autrice, promotrice di eventi culturali, produttrice musicale, appassionata d’arte e donna di scienza. Una vita tra i libri... La sua poliedrica attività è sintomo, credo, di una personalità olistica. Dei tanti mondi che frequenta a quali non rinuncerebbe mai?

Non rinuncerei a nessun mondo. Per me sono un mondo solo, nel senso che ogni cosa che faccio nutre le altre. Poi per motivi contingenti le distinguo, ma, ripeto, non potrei concepire la mia attività editoriale senza il cinema, o senza la Milanesiana.

La sua famiglia d’origine era ben radicata a Ferrara. Qual è l’eredità più preziosa di Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, genitori suoi e di suo fratello Vittorio, raccontati qualche anno fa in un delicato film di Pupi Avati?

Mia mamma è nata ad Argenta, a Santa Maria di Codifiume, quasi o già Romagna. Mio padre a Badia Polesine, ma è cresciuto a Stienta, in provincia di Rovigo, ma molto vicino alla città di Ferrara. Entrambi hanno studiato a Ferrara, per poi trasferirsi a Ro Ferrarese, che sta sulla riva del fiume, attraversato il quale è già Veneto, Polesella. E a Ro siamo cresciuti io e Vittorio, che peraltro abbiamo studiato a Bologna. Ferrara è dunque una città del cuore ma sempre lambita: appartiene alle nostre anime più di quanto appartenga ai nostri corpi.

Di cosa è fatto oggi il suo rapporto con la terra natia, lasciata dopo la laurea in farmacia per iniziare la sua nuova vita a Milano?

Non l’ho mai lasciata. Nel senso che ho costruito la mia vita professionale a Milano, a partire dalla fine degli anni Ottanta, la mia identità adulta a Milano. C’è la mia casa, ci sono le persone cui sono legata, Mario Andreose, c’è La nave di Teseo, la Milanesiana. Ma è una storia parallela, accanto alla quale, più o meno visibile a seconda dei momenti, scorreva la casa dei miei genitori, i miei genitori. Io sono a Milano e a Ro, contemporaneamente.

Come definirebbe il rapporto con suo fratello, il critico d’arte e opinionista Vittorio Sgarbi? Su cosa siete più sinergici e su cosa litigate maggiormente?

Il tempo ha smussato gli angoli, la competitività, e ora devo dire che non litighiamo mai. Sui grandi sistemi, sui valori di fondo condividiamo molto o tutto. Poi ci sono le occasioni della vita su cui ci si distanzia: qualche scelta politica, qualche intemperanza. Ma anche quando non sono d’accordo con lui, capisco le sue motivazioni e sono sempre dettate da un pensiero limpido.

Com’è nato il suo amore per il cinema?

Grazie a Enrico Ghezzi, a Fuori orario, a Luciano Emmer, ad Antonio Rezza, ad Alberto Pezzotta. Ho scoperto un altro cinema, un modo diverso di guardarlo. Interi mondi che sfuggivano alle sale cinematografiche. Mio padre ne era appassionato, da ragazzo. E negli ultimi anni della sua vita, a Ro, trascorrevamo le sere a vedere in DVD i film di grandi autori. Mia mamma non lo amava molto, e ha passato un po’ di questa distanza a mio fratello.

Dei film, dei corti e dei documentari che ha diretto quali le sono più cari, al di là dei riscontri ricevuti? Cosa bolle in pentola?

Il più amato è sempre l’ultimo, Nino Migliori. Viaggio intorno alla mia stanza. Ho appena avuto la notizia della selezione ufficiale ai Nastri d’Argento. Migliori èun grande fotografo, e questo film mi ha legato molto a lui e a sua moglie Marina. In pentola bolle una versione Director’s Cut di questo lavoro. Come tutti i miei film ci ho lavorato con Eugenio Lio, filosofo e teologo. E ognuno di essi è un viaggio nel cinema attraverso la letteratura.

Milano le ha dato molto e lei ha ricambiato offrendo alla città una manifestazione ad hoc come La Milanesiana, che si avvia alla 24a edizione intrecciando ancora letteratura, musica, cinema, teatro, scienza, diritto, economia e sport. Come nacque l’idea?

Ombretta Colli e l’Assessore Cadeo mi proposero di pensare a qualcosa per l’estate milanese, visti i miei molteplici interessi. A Milano c’era un dogma: in estate i milanesi non ci sono, dunque non si può fare nulla, figuriamoci un festival. Io raccolsi la sfida e dedicai il festival alla poesia. “Così fallisce e smettono di chiedermi queste cose assurde”, mi dissi. Invece quell’edizione andò benissimo e siamo ancora qui.

Ci può anticipare uno dei temi della Milanesiana 2023?

Con il mio team sto definendo ospiti e contenuti di un programma molto ricco e articolato. Al momento posso solo anticipare che la conferenza stampa sarà il 5 aprile.

A quali realtà, quartieri e aspetti della quotidianità milanese si sente più legata? Quali le piacciono di meno o la irritano?

Di Milano mi ha sempre affascinato lo spirito laborioso, il tessuto che tiene insieme imprenditoria, cultura, accoglienza. Questo tessuto, invisibile, ha reso Milano una capitale europea. Non mi piacciono certi aspetti un po’ snobistici ed esibiti.

Che cosa secondo lei potrebbe farci fare un ulteriore passo in avanti in termini di internazionalità e di qualità della vita?

Allargare la città, non nel senso di portare le cose in periferia, come spesso si sente dire, con un paternalismo che non mi piace. Ma rendere i quartieri più marginali centri di produzione culturale.

Come si è imbattuta nel “punk da balera” degli Extraliscio e perché ha deciso di produrli e affiancarli portandoli persino al Carnevale di Viareggio?

Ho seguito una passione, ho pensato a mia madre, mi sono lasciata trasportare dalla loro gioia, dal loro anticonformismo, dalla loro positività. E poi mi ha colpito la genialità musicale di Mirco Mariani. La sua è una dote naturale, un istinto creativo assoluto. Il Carnevale di Viareggio, con i suoi 150 anni, è stata una bellissima proposta, che ha toccato tutti gli ambiti della mia vita professionale: vi sono entrata come produttrice musicale, come editore della Nave di Teseo e di Linus. E devo dire grazie a due persone in particolare, Maria Lina Marcucci e Alan Friedman.

Il mondo dopo la pandemia, con gli ultimatum che ci danno i cambiamenti climatici e la guerra nel cuore dell’Europa, non è più lo stesso. Chi o cosa le dà speranza nel futuro?

Fare cose belle. Ogni volta che penso e realizzo o contribuisco a realizzare una cosa bella, mi riconosco. E mi dà speranza e energia. Riconoscersi nelle cose che si fanno è “una aspra conquista e un’opera di buio”.

Dei riconoscimenti che le sono stati tributati quale la rende più orgogliosa?

Mio padre era fiero dell’Ambrogino d’Oro e lo sarebbe stato della nomina a Membro della Pontificia Accademia delle Arti e delle Lettere.

Qual è la virtù più interessante che riconosce a se stessa e qual il suo peggior difetto?

La determinazione, l’intuito, la paura di sbagliare. Che sono anche dei limiti.

Cosa la rilassa di più quando non è impegnata professionalmente?

Passeggiare lungo l’argine del fiume e accarezzare il mio Gatto, che si chiama Gatto, appunto, ed è scorbutico e dolce, in compagnia di Eugenio. Ma penso anche che lavorare sia il miglior modo per raccogliere energie per lavorare. E quindi vivere.

L’intervista a Elisabetta Sgarbi è stata pubblicata su Club Milano 66. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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