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PERSONE

Marco Menghi

Architetto di immagini

Il fotografo milanese Marco Menghi, classe 1986, ha una doppia matrice culturale che lo porta a indagare con occhio partecipe il paesaggio urbano che lo circonda. Nel suo studio professionale insegna ai giovani a scoprire il proprio linguaggio confrontandosi con il fascino e i tempi lunghi della camera oscura

DI PAOLO CRESPI

18 June 2024

Nelle tue immagini è evidente un corpo a corpo con l’architettura che deriva, credo, dal doppio binario della tua formazione. Che cosa ti ha spinto a studiare fotografia alla Bauer e a laurearti in Architettura al Politecnico?

L’architettura ha sempre svolto un ruolo centrale come soggetto di analisi nel mio lavoro e nel mio campo di ricerca. Gli studi universitari hanno creato una buona base di partenza. Ciò che mi ha spinto a intraprendere un iter presso il centro di formazione professionale intitolato a Riccardo Bauer è stato l’interesse che ho per il mio mestiere, la voglia di apprendere come si faceva un tempo: a bottega. Da lì (parliamo del 2008) in poi, ho iniziato un percorso di lavoro come assistente fotografo in diversi ambiti: la fotografia di attualità, la moda, il design, gli interni, l’architettura e il food. Ho sentito il bisogno di acquisire una conoscenza a 360 gradi per comprendere il senso di questa professione che per sua natura è molto eclettica.

Prima di avviare la tua attività come freelance, hai lavorato nell’archivio di un grande fotografo. Cosa ti ha trasmesso questa esperienza?

Ho avuto la fortuna di fare uno stage come archivista, nel 2006, presso l’archivio Ugo Mulas. Mi ha permesso di toccare con mano il lavoro di un grande autore e maestro, ma soprattutto di capire come si costruisce la nostra professione. Al di là del tempo che ci divide, credo che le dinamiche e gli schemi siano abbastanza simili, a distanza di cinquant’anni.

Qual è oggi l’ambito della tua professione che più ami e frequenti?

Il settore che mi interessa maggiormente è quello della fotografia documentaria.

Lo sguardo sul paesaggio urbano è una costante della tua produzione. Cosa significa per te?

Il paesaggio-tessuto urbano per me rimane un soggetto di interesse poiché ne faccio parte, contribuendo a comporlo. Muovendosi al suo interno si può assistere, documentandola, alla vita di questo enorme formicaio in continua metamorfosi, creando in un certo senso un archivio visivo sulla città.

Al centro dell’immagine scelta per la cover di questo numero di Club Milano troneggia la Torre al Parco di Vico Magistretti e Franco Longoni, vista dal lato del parco con la città sullo sfondo. Come hai costruito questa immagine?

La fotografia della Torre al Parco è stata realizzata durante il lockdown con l’utilizzo di un drone per le riprese aeree. Questa tecnica di ripresa porta ovviamente un grandissimo vantaggio: sostituisce in partica l’elicottero. Il che, per la foto di architettura o di paesaggio, non è niente male.

Da milanese, com’è ora il tuo rapporto con la nostra città?

È sempre un rapporto positivo, vitale, anche se purtroppo Milano è cambiata in peggio quando ha deciso di sacrificare la sua identità e le sue tradizioni sull’altare di un profitto effimero, fittizio. Per cui valgono di più l’interesse personale e una certa immagine spumeggiante, che il bene collettivo della città e dei suoi abitanti.

Quali sono i quartieri che prediligi?

Sono innanzitutto Lambrate, Loreto, Dergano, Ticinese, Martesana, dove la città conserva alcuni angoli meravigliosi, autentici.

Svolgi anche attività didattica?

Sì, sono docente di tecniche tradizionali di sviluppo e stampa in bianco e nero presso il mio studio a Milano e in precedenza ho insegnato fotografia al Politecnico di Milano e alla scuola Bauer, dalla quale provengo. Cercando sempre di trasmettere agli studenti una passione, un modo corretto di vedere e intendere il processo di creazione di un’immagine fotografica con il suo giusto tempo di realizzazione, senza soggiacere alla costante ansia di produzione che purtroppo deriva dall’utilizzo compulsivo del mezzo digitale. Al contrario la stampa in camera oscura impone i suoi tempi e le sue riflessioni. Per arrivare a un risultato sicuramente più completo in termini di autoconsapevolezza rispetto al proprio linguaggio.

Qual è il tuo progetto personale con l’orizzonte più ampio?

Sto sviluppando un progetto a lungo termine, cominciato nel 2016, sul tema dell’industria ittica in Italia. L’obiettivo è creare un documento di ciò che è oggi il sistema industriale e commerciale della pesca nel nostro paese. Un’analisi critica del mondo che si cela dietro al banco dei prodotti ittici di un supermercato. Dove l’immaginario del consumatore non rispecchia, non potendola cogliere, la realtà che muove a perdita d’occhio al di sotto della linea di confine blu.

L’intervista a Marco Menghi è stata pubblicata su Club Milano 71. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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