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BENESSERE

Mattia Sorrentino

L’olfatto, memoria invisibile del quotidiano

Da un ricordo d’infanzia alla costruzione di una fragranza: il parfumeur Mattia Sorrentino racconta come l’olfatto trasformi gesti, tessuti e luoghi in memoria personale. A partire dall’evento Lenor che ha preso forma a Milano,  in occasione del lancio della nuova tecnologia Bolle di Profumo 2.0, una conversazione sul profumo come linguaggio quotidiano, tra tecnica, emozione e identità

DI MARCO TORCASIO

29 June 2026

In un mercato in cui la profumazione è spesso ridotta a promessa di freschezza o a scelta di stile, l’olfatto resta prima di tutto un archivio personale: trattiene ricordi, evoca luoghi, modifica la percezione di ciò che indossiamo e degli spazi che abitiamo. Da questa prospettiva prende spunto il percorso multisensoriale organizzato da Lenor per presentare la nuova tecnologia Bolle di profumo 2.0 presso Terrazza Duomo 21, trasformata per l’occasione in un roof garden profumato e immersivo, per mettere in relazione cura dei tessuti, cultura della fragranza e nuove tecnologie di rilascio del profumo. Ne parliamo con Mattia Sorrentino, master perfumer milanese, che parte da un ricordo familiare per riflettere su come nasce una fragranza e su perché anche i gesti più ordinari possano diventare parte della nostra identità sensoriale.

Il suo rapporto con il profumo sembra nascere molto presto. Quale ricordo olfattivo di infanzia considera ancora oggi importante nel suo percorso?

Il mio legame con il profumo è nato prima che potessi rendermene conto razionalmente. Mia madre mi racconta sempre che, da bambino, la mia prima reazione spontanea davanti a un piatto a tavola era annusarlo, ancora prima di assaggiarlo. Questa connessione innata con la dimensione olfattiva si è trasformata prima in passione e poi nella mia professione. Se devo isolare un ricordo fondamentale, scelgo l’odore delle polpette di mia nonna: per me racchiude i momenti felici passati in famiglia ed è la prova di come la memoria olfattiva abbia il potere di mantenere vivi i nostri affetti più profondi.

Ha studiato migliaia di materie prime, approfondendo chimica, formulazione e struttura degli accordi. Qual è stato il passaggio più importante nel trasformare una passione istintiva in una professione vera e propria?

Lo studio, la tecnica e l’affiancamento ai professionisti sono pilastri indispensabili, ma il vero spartiacque è stata la consapevolezza. Il passaggio decisivo è stato avere il coraggio di fare “il salto”: la scelta deliberata di incanalare l’istinto in un percorso creativo e imprenditoriale strutturato. La passione accende il percorso, ma è la decisione consapevole di governarla che ti trasforma in un professionista.

Per lei che ha scelto la strada dell’indipendenza, che cosa significa oggi creare senza compromessi in un mercato spesso guidato da trend e logiche commerciali?

Significa rifiutare le scorciatoie commerciali e difendere l’etica del prodotto. Oggi il mercato si muove velocemente, proponendo spesso copie di bestseller o accordi preconfezionati per inseguire il trend del momento. Io scelgo di formulare ogni fragranza da zero, partendo da un foglio bianco e puntando sulla massima qualità. La mia filosofia è dimostrare che si possa fare vera profumeria artistica offrendo un valore reale a un prezzo equo e rispettoso per il cliente.

Nella sua filosofia torna spesso l’idea che il profumo sia memoria, identità e racconto personale. Come si traduce concretamente questa visione quando inizia a lavorare a una nuova fragranza?

Si traduce in un’onestà assoluta tra la narrazione e il liquido. Nella profumeria commerciale, la “storia” è spesso solo una veste di marketing applicata a un accordo standard. Nel mio lavoro, invece, il racconto guida la formula fin dal primo istante. Chiedo sempre di condividere immagini, colori o ricordi, e traduco chimicamente quelle emozioni in una firma olfattiva inedita. Solo così il profumo smette di essere un semplice cosmetico e diventa un autentico veicolo identitario.

Con Lenor è coinvolto in un progetto che porta l’arte olfattiva dentro il gesto quotidiano del bucato. Che cosa l’ha colpita dell’evento che si è tenuto presso Terrazza Duomo 21 a Milano e del legame tra profumo, emozione e memoria?

Mi ha colpito la volontà di superare la dimensione puramente funzionale della cura del bucato per dare valore alla complessità tecnica ed emotiva della profumeria. Trovo molto stimolante che una grande realtà scelga di investire nella cultura dell’olfatto applicata alla quotidianità. Questo evento contribuisce a generare una consapevolezza diffusa, dimostrando che la capacità di emozionarsi attraverso un profumo non è un’esclusiva della profumeria artistica, ma appartiene a tutti i momenti della nostra vita.

Il concept Indossa la tua essenza di Lenor suggerisce che anche una fragranza per il bucato possa diventare un’espressione della propria personalità. Quanto ritiene che oggi le persone cerchino nei profumi un modo per raccontare se stesse?

Oggi il profumo è sempre più percepito come un linguaggio personale. Le persone non scelgono una fragranza solo perché è piacevole, ma perché si riconoscono nelle sensazioni, nei ricordi e nei valori che evoca. Questo vale per il profumo che si indossa, ma anche per tutti gli odori che fanno parte della quotidianità, dagli ambienti ai tessuti. La componente olfattiva contribuisce a creare un’identità sensoriale che comunica qualcosa di noi in modo molto spontaneo. È un modo discreto ma potente di esprimere la propria personalità e il proprio stile.

Lenor ha introdotto una tecnologia che consente di rilasciare la fragranza gradualmente durante la giornata grazie alle “bolle di profumo 2.0”. Da professionista del settore, quanto è complesso oggi progettare una fragranza che mantenga nel tempo la propria identità e il proprio impatto emozionale?

È una delle sfide più interessanti della profumeria contemporanea. Creare una fragranza significa costruire un’evoluzione nel tempo. Quando una fragranza deve accompagnare un oggetto o un tessuto per molte ore, entrano in gioco anche aspetti tecnologici e formulativi molto sofisticati. L’obiettivo non è soltanto far durare il profumo, ma fare in modo che continui a raccontare la stessa storia olfattiva nel corso della giornata, senza perdere equilibrio, riconoscibilità ed emozione.

Milano è la città in cui vive, che ruolo ha nel suo immaginario creativo? È più una fonte di stimoli, un laboratorio o un luogo di confronto con altre forme d’arte e design?

Milano è la mia città natale, di conseguenza rappresenta tutte e tre le dimensioni in modo costante e inscindibile. È una fonte inesauribile di stimoli per l’energia e i contrasti che trasmette; è il mio laboratorio quotidiano, dove questi stimoli si trasformano in formule; ed è un luogo di confronto fondamentale grazie alla sua storica connessione con il mondo del design e della moda.

Guardando al futuro della profumeria, pensa che il pubblico stia sviluppando una sensibilità più consapevole verso le fragranze e quale ruolo possono avere esperienze immersive come questa nel far comprendere meglio il valore culturale ed emotivo dell’olfatto?

L’attuale forte interesse globale ha generato molto business, ma sta anche accendendo una graduale e necessaria maturità nel pubblico. In un panorama digitale saturo di informazioni spesso ingannevoli, per le persone non è facile capire cosa sia davvero qualitativo. Le esperienze fisiche e immersive diventano quindi una bussola fondamentale: offrono un contatto diretto con la materia prima e con l’emozione reale, aiutando il pubblico a comprendere l’autentico valore culturale e artistico dell’olfatto.

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