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MUSICA

Takahiro Yoshikawa

"Expat" della musica

Pianista classico, Takahiro Yoshikawa è cresciuto e ha studiato in Giappone, scegliendo poi l’Italia per perfezionarsi nel suo strumento. Adottato da Milano e da un’istituzione come la Scala, vive da molti anni nella nostra città, di cui adora lo spirito e le dimensioni a misura d’uomo.

DI PAOLO CRESPI

10 May 2022

Lei è un veterano di Piano City, che programma ci propone per l’edizione 2022?

Domenica 22 maggio, nel tardo pomeriggio, al GAM, suonerò all’aperto aprendo la mia esibizione con la sonata in Fa maggiore di Mozart K.533/494, una doppia numerazione dovuta al fatto che il geniale musicista compose dapprima un rondò, nell’anno delle Nozze di Figaro, e successivamente completò la sonata al tempo di Don Giovanni, unendo e adattando stili e armonie differenti. Eseguirò poi una suite di Béla Bartók intitolata All’aria aperta, che rappresenta il momento più suggestivo della sua ricerca sulle radici popolari della musica ungherese. E chiuderò il concerto con la terza ballata di Chopin, inclusa anche nel mio nuovo disco dedicato al grande compositore polacco.

Come solista dà regolarmente concerti sia in Italia che in Giappone. Che differenze nota nell’organizzazione musicale e dove si sente più valorizzato come artista?

L’attività concertistica di un pianista classico è difficile ovunque. Negli ultimi due anni ho suonato più spesso in Giappone, dove i teatri non sono stati chiusi durante della pandemia. Nel mio Paese natale l’organizzazione dei concerti segue schemi più tradizionali e formule coinvolgenti come Piano City sono di là da venire. Ma gli appassionati sono in continua crescita anche tra i giovani, che generano una domanda molto interessante. Quando sono in Italia vengo percepito come un artista straniero, anche se vivo qui e parlo la vostra lingua, mentre là sono visto come un giapponese che dà concerti e masterclass, ma non è integrato nella realtà locale e deve la sua fama al suo successo all’estero. Buffo, no?

La tentano le contaminazioni con gli altri generi musicali?

Mi interessano molto, ma personalmente non le ho ancora affrontate, per pigrizia o perché troppo legato all’ortodossia della mia formazione. Come utente della musica amo moltissimo tutta la produzione jazzistica di Bill Evans, un maestro della composizione estemporanea e un grande perfezionista del suono, caratteristica, questa, che lo accomuna in un certo senso ai pianisti classici. Negli ultimi anni sono entrato in contatto e ho stretto amicizia con Ludovico Einaudi, di cui apprezzo molto le creazioni originali e con cui è nato un bello scambio, umano e professionale.  Anch’io ho studiato composizione, ma considerandomi soprattutto un interprete, quello che scrivo, per ora, lo tengo per me.

Oltre che come solista del suo strumento, in quali formazioni possiamo ascoltarla?

Faccio molto musica da camera e da oltre dieci anni ho un duo con Fabrizio Meroni, primo clarinettista della Scala, con cui abbiamo realizzato anche alcuni album. E suono in orchestra, altra esperienza molto utile e gratificante, che ogni pianista dovrebbe prima o poi provare.

Com’è il suo rapporto con Milano?

Di lunga data, dal momento che vivo qui dal 1999, quando arrivai in Italia sulle orme del mio mito, Arturo Benedetti Michelangeli, per perferzionarmi con la sua allieva Anita Porrini, scomparsa di recente. Qui ho conosciuto mia moglie Federica, psicologa, con cui abbiamo due figli preadolescenti di 13 e 10 anni, e anche grazie a loro si è intensificata la nostra vita di quartiere in zona Sempione-Garibaldi. Milano, per me che provengo da una cultura più formale, ha il giusto grado di calore e di empatia fra le persone e come realtà metropolitana ha una dimensione ideale, ancora a misura d’uomo. Un po’ come Kobe, la mia città d’origine in Giappone.

Dei grandi pianisti europei chi apprezza maggiormente?

I grandi interpreti del passato: Horowitz, Richter, Fischer. E su tutti Benedetti Michelangeli, unico per il suo fraseggio. L’ultima volta che venne in Giappone io ero in prima fila, sotto il palco ad ascoltarlo. Purtroppo non potevo vedere la tastiera, ma non dimenticherò mai il suo movimento di pedale… Oggi è cambiato radicalmente il modo di suonare, si punta molto, forse troppo, sulla spettacolarità dell’esibizione. E c’è un eccesso di competizioni e concorsi, fin dalla più tenera età. Io sono l’unico figlio di due cantanti lirici, quindi per me la scelta di studiare musica era abbastanza naturale. Ma non c’era una pressione familiare perché intraprendessi a tutti i costi questa carriera. Intorno ai sedici anni pensavo persino che avrei potuto dedicarmi con eguale soddisfazione alla filosofia… Perché l’Italia? All’epoca l’alternativa in Europa era la Germania, ma istintivamente non volevo ritrovarmi in un contesto formativo altrettanto rigido come quello nipponico.

L'intervista a Takahiro Yoshikawa è stata pubblicata sul Club Milano 63. Sfoglia qui il magazine. 

In apertura, Takahiro Yoshikawa. Foto di Dunja Antic.

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