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ARTE

DutyGorn

Il linguaggio urbano della trasformazione

Nato nel writing e cresciuto nell’immaginario urbano milanese, DutyGorn sviluppa una ricerca che intreccia pittura, memoria e stratificazione dei materiali. Dalle superfici recuperate ai volti frammentati, il suo lavoro riflette sul concetto di trasformazione e sul rapporto tra individuo, città e contemporaneità

DI MARCO TORCASIO

08 May 2026

Nato a Milano nel 1980, DutyGorn – all’anagrafe Guido – proviene dalla scena del writing e dei graffiti, un’esperienza che continua ancora oggi a influenzare il suo linguaggio visivo e il rapporto con lo spazio urbano. La città, con le sue architetture, i contrasti e le continue trasformazioni, è diventata negli anni parte integrante della sua ricerca artistica, costruita attraverso pittura, stratificazioni cromatiche e materiali di recupero. Nei suoi lavori volti e frammenti si sovrappongono in composizioni dinamiche che riflettono sul tema dell’identità e del cambiamento.

Lo abbiamo incontrato in occasione di Paint Faster, progetto ospitato negli spazi di gres art 671 a Bergamo, centro culturale nato dalla riqualificazione di un’ex area industriale. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Rollerblade e Pennelli Cinghiale: il marchio storico del pattinaggio in linea e l’azienda italiana specializzata in strumenti professionali per la pittura hanno sviluppato un progetto che mette in relazione movimento, gesto tecnico e superficie pittorica, coinvolgendo DutyGorn in una performance site-specific dedicata al dialogo tra arte urbana, materia e trasformazione dello spazio. L’opera realizzata è stata donata permanentemente a gres art 671 di Bergamo.

Parti dal writing e dalla street art: cosa ti ha spinto, da giovanissimo, ad avvicinarti alla pittura e a pratiche multidisciplinari?

Il mio percorso nasce dalla strada. Ho iniziato a dipingere Graffiti quando ero ancora molto giovane. In quel periodo sentivo il bisogno di lasciare un segno, di trovare una forma personale dentro il linguaggio delle lettere. Passavo ore a cercare la linea giusta, la curva perfetta, l’incastro e il colore. Era una ricerca molto istintiva ma anche ossessiva. Con il tempo ho capito che quel linguaggio poteva evolversi e andare oltre. La strada mi ha dato energia, velocità e libertà, mentre la pittura mi ha portato verso una dimensione più profonda e costruita, permettendomi di sviluppare un approccio diverso alla superficie, alla composizione e alla costruzione dell’immagine. Da lì è nato tutto il resto: la ricerca sui materiali e sul colore, le mostre, i progetti di riqualificazione urbana e gli interventi sociali. Non mi è mai interessato restare fermo dentro una sola definizione o ripetere sempre la stessa formula. Mi piace l’idea di continuare a mettermi in discussione e lasciare che il lavoro cambi insieme alle esperienze che vivo.

Da dove nasce il nome DutyGorn e quanto riflette la tua identità artistica o personale?

Il mio nome d’arte nasce direttamente dal mio passato. È l’unione di tags, identità e momenti diversi del mio percorso che col tempo si sono mescolati fino a diventare una cosa sola. Anche il nome, in fondo, ha seguito la mia stessa evoluzione personale e artistica. Oggi rappresenta esattamente quello che sono: evoluzione, cambiamento e trasformazione continua. Credo molto nell’idea che un artista non debba restare fermo per anni nello stesso linguaggio solo per riconoscibilità o abitudine. Evolvere è fondamentale, sia artisticamente che umanamente.

Nascere a Milano ha influenzano la tua estetica e i soggetti delle tue opere?

Moltissimo. Milano è una città che ti entra dentro anche senza volerlo. È dinamica, piena di contrasti. Crescendo qui sei continuamente circondato da architettura, design, moda e trasformazioni urbane. Tutto questo inevitabilmente finisce nel tuo immaginario. Anche il mio modo di costruire i volti nasce da questa tensione urbana. I miei ritratti non sono quasi mai completamente stabili o realistici: vengono frammentati, sovrapposti, attraversati da linee e strutture che ricordano mappe, geometrie o architetture quasi surrealiste. Milano mi ha insegnato a osservare il ritmo della città e delle persone.

Le tue opere spesso raccontano volti e realtà urbane: che tipo di dialogo vuoi creare tra spettatore e immagine?

Mi interessa lasciare una domanda aperta, uno sguardo sospeso. I volti che dipingo non vogliono essere semplicemente dei ritratti o delle immagini estetiche, ma un dialogo interiore, una ricerca emotiva che prende forma attraverso colore, linee e frammenti. Cerco sempre un equilibrio tra energia e fragilità. Mi piace quando chi guarda un’opera riesce a entrarci dentro lentamente, trovando dettagli diversi ogni volta. Oggi siamo abituati a consumare immagini molto velocemente, quasi senza soffermarci. Io invece vorrei che le opere venissero osservate con più tempo, quasi assaporate, un po’ come succede con certe emozioni o certi ricordi che non si comprendono immediatamente.

La tua ricerca dialoga con la cultura pop e richiama artisti come Andy Warhol: quali sono i tuoi principali riferimenti e come li reinterpreti oggi?

Warhol è sicuramente un riferimento importante per il rapporto con la serialità e con l’immagine contemporanea, ma il mio percorso è influenzato da mondi molto diversi tra loro. Partendo dai graffiti, le mie fonti di ispirazione spaziano dal Futurismo al Suprematismo, dal Surrealismo fino a artisti come Malevi?, Francis Bacon, Rosenquist e Mondrian. Non mi interessa però citare direttamente il passato, ma assorbirlo e trasformarlo in qualcosa di personale. Cerco di prendere quell’energia e quel dinamismo per reinterpretarli attraverso il mio lavoro, la scomposizione dei ritratti, l’astrazione delle forme e la costruzione dei volti.

Quali sono stati gli interventi urbani con maggiore impatto sul sociale e quanto è importante per te lavorare direttamente sul territorio e con le comunità?

Lavorare sul territorio cambia completamente il rapporto con l’arte. Quando realizzi un’opera in uno spazio urbano non parli solo al pubblico dell’arte, ma anche alle persone che vivono quel luogo. Questo per me è sempre stato importante, perché credo che l’arte possa creare connessioni e lasciare un segno anche nella vita delle persone. Nel tempo mi sono avvicinato a diversi progetti legati al sociale e alla riqualificazione urbana. Uno dei più significativi è stato un intervento contro il bullismo, nato proprio per trasformare uno spazio attraverso il colore e il confronto con i ragazzi, dove sono state realizzate opere partecipative, creando momenti di condivisione e partecipazione. Ho partecipato anche a progetti charity dedicati all’infanzia e ad attività di sensibilizzazione legate alla donazione di organi, dove l’arte diventava un mezzo per avvicinare le persone a temi molto delicati ma fondamentali. Quello che mi interessa in questi contesti è che l’arte non resti qualcosa di distante, ma possa diventare un punto di incontro, di dialogo e di condivisione tra le persone.

Quali sono i progetti che consideri più determinanti nella tua carriera e perché?

Più che un singolo progetto, credo siano stati determinanti tutti quei momenti in cui ho sentito il bisogno di cambiare e rimettermi in gioco. Il mio percorso è nato dalla strada e nel tempo si è trasformato, passando dal writing alla pittura, fino ad arrivare a installazioni e interventi urbani. Ogni progetto mi ha lasciato qualcosa, soprattutto quelli che mi hanno portato a confrontarmi con spazi, persone e contesti diversi. È attraverso queste esperienze che ho costruito nel tempo un linguaggio più personale. Oggi mi interessa creare lavori che non siano solo opere da osservare, ma esperienze capaci di dialogare con i luoghi e con le persone che li attraversano.

Collabori con brand e istituzioni: come preservi la tua identità artistica all’interno di progetti commerciali?

Cerco di collaborare solo quando esiste un dialogo. Non mi interessa utilizzare l’arte come semplice decorazione. Per me è importante mantenere coerenza, anche quando cambia il contesto. Il mio modo di lavorare resta sempre lo stesso: il gesto, il colore, la costruzione dei volti, la trasformazione dei materiali e il rapporto con lo spazio fanno parte della mia ricerca.

Nelle tue opere emergono anche temi legati all’inclusione, alle differenze e alla società contemporanea: che ruolo pensi debba avere oggi l’arte rispetto a sostenibilità ambientale e tematiche di genere?

Credo che oggi l’arte abbia soprattutto il compito di far riflettere, senza per forza dover spiegare tutto in modo diretto. Viviamo in un periodo molto veloce, dove le immagini, le persone e persino le emozioni vengono spesso consumate e dimenticate rapidamente. Nel mio lavoro ritorna spesso il concetto di trasformazione, anche attraverso il recupero e il riutilizzo dei materiali. Mi interessa l’idea di dare nuova vita alle cose, creare connessioni tra memoria, identità e presente. Penso che l’arte debba aiutare a guardare con più sensibilità le differenze, le fragilità e i cambiamenti che ogni persona vive nel proprio percorso.

DutyGorn - city lights - 2026

DutyGorn, City Lights, 2026
In apertura, DutyGorn x Rollerblade x Pennelli Cinghiale. Foto di Marco Scarpa

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