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LIBRI

Matteo Righetto

La montagna è un ambiente fragile

Metteo Righetto è in libreria con il nuovo romanzo La stanza delle mele per Feltrinelli. Protagonista un bambino curioso, emotivo e colmo di paure, tra le alture dolomitiche bellunesi nel secondo dopoguerra. Ecco cosa ci ha raccontato.

DI MARZIA NICOLINI

25 July 2022

Il profumo di mele rassicurante che assorbe lo stanzino in legno delle riserve di frutti selvatici contrasta con l’asprezza impietosa della montagna, con quella di un nonno burbero incline a bere e alzare troppo le mani, con le vicende oscure, tra leggenda e realtà, di un paesino tra le Dolomiti bellunesi nel post Seconda Guerra Mondiale. A raccontare questa storia attraverso gli occhi curiosi e spesso impauriti del bambino Giacomo Nef è Matteo Righetto, scrittore e docente di lettere cinquantenne, da sempre interessato al rapporto di contaminazione tra paesaggio e protagonisti dei suoi romanzi. Il libro è il nuovo La stanza delle mele, edito da Feltrinelli. Per Righetto, che oggi si divide tra Padova – sua città natale – e Colle Santa Lucia, paesino ladino affacciato sulle vette delle Dolomiti, la montagna è un punto di riferimento importante (non a caso ha ricevuto il Premio Speciale Dolomiti Unesco nel 2019).

C’è stata una scintilla dalla quale è scarturita l’idea per questa storia?

Per questo romanzo, come per tutte le mie opere di narrativa, l’ispirazione riguarda sempre un processo complesso e articolato, non riconducibile a una singola idea, a un sentimento, a un’intuizione. Detto questo, nel flusso creativo che mi ha portato a realizzare La stanza delle mele, l’elemento principale e preponderante riguarda la suggestione, per me estremamente affascinante, di raccontare la montagna senza alcuna retorica: i suoi aspetti più ancestrali legati a leggende, a tradizioni arcigne e ai fenomeni paranormali che hanno sempre permeato le culture e la società rurale dell’alta montagna. In questo contesto ho pensato che un protagonista di undici anni potesse rappresentare, attraverso il suo sguardo e il suo vissuto, un mondo misterioso e duro dal quale fuggire grazie alla potenza del proprio immaginario e del proprio talento artistico. Il tutto si svolge in una terra di frontiera tra Italia e Tirolo, con tutte le complessità identitarie e conflittuali generate da questo fatto, acuite ancor di più nel secondo dopoguerra.

Il protagonista ha qualcosa di lei bambino?

I miei romanzi non sono mai autobiografici, ma devo dire che per certi versi Giacomo mi somiglia. Nel suo carattere, nelle sue paure e nei suoi sogni in parte riconosco le mie sensibilità e il mio desiderio di ritrovare nell’arte e nella bellezza dell’ambiente naturale l’occasione di riscatto e di una rinascita morale, individuale e collettiva.

Com’è riuscito nell’impresa di mettersi nella testa e nei panni di un undicenne?

Raccontare un adolescente è sempre stata per me una sfida letteraria affascinante, già intrapresa sia ne La pelle dell’orso, sia ne L’anima della frontiera. La straordinaria ampiezza emotiva e l’incontenibile entusiasmo di fronte alla vita, nonostante le difficoltà, rendono i personaggi di questa età particolarmente empatici e sentimentalmente travolgenti.

La montagna bellissima e dura. Quali sono le lezioni che questo ambiente naturale le ha insegnato negli anni?

Gli insegnamenti che la montagna mi ha trasmesso nel tempo sono molti, a cominciare dalla necessità morale di intrecciare relazioni umane schiette, oneste, leali, senza sovrastrutture dettate da rapporti tossici e socialità vacue e superficiali. La montagna è così: una terra difficile che non perdona, ma di una bellezza e di una naturalità straordinarie. Aldo Leopold (considerato tra i più grandi ecologisti mondialmente riconosciuti, NdR) scrisse che dovremmo tutti “pensare come una montagna”. Ecco, forse in questa frase è racchiuso il significato più intimo di queste terre, che rappresentano l’ultimo baluardo e presidio di un rapporto equilibrato tra uomo e ambiente.

Stiamo assistendo a tragedie per via del cambiamento climatico. Ha notato delle modifiche nell’assetto delle sue Dolomiti in tempi recenti a causa di questo gravoso problema in corso?

Mentre le rispondo, davanti ai miei occhi posso vedere la Marmolada, con la sua nuova e tragica ferita aperta. Da sempre lotto per una conversione ecologica della nostra società e qui in montagna i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale si notano ancor di più che a valle e in città. Contrariamente a quanto si può pensare, infatti, le montagne sono fragili e molto più esposte a questi pericoli di altre geografie.

Ci riesce a fare qualche esempio?

Sulle Dolomiti si nota chiaramente, di anno in anno, la perdita di biodiversità, così come si assiste a eventi meteo sempre più violenti, torrenti siccitosi, ghiacciai che si fondono e così via. La tempesta Vaia in questi luoghi è stata una sorta di apocalisse: in poche ore un tifone di stampo tropicale ha abbattuto 16 milioni di abeti rossi, stravolgendo per i prossimi decenni il paesaggio dolomitico. Da questo fatto ho tratto l’ispirazione per scrivere un’opera teatrale, portata in scena da Andrea Pennacchi, dal titolo Da qui alla luna. L’ho intitolata così perché se noi idealmente mettessimo in fila uno dopo l’altro tutti questi abeti schiantati, copriremmo la distanza che ci separa dalla luna. Basta questa immagine per farci capire quello che stiamo vivendo.

Torniamo al libro. Che obiettivi si era dato iniziando a scriverlo?

Ammetto che sono gli stessi che mi prefiggo a ogni romanzo e riguardano principalmente la necessità di offrire al meglio il mio immaginario, con la speranza che possa intrecciarsi con l’immaginario di chi mi legge.

Ci spiega meglio il suo stile di narrazione?

Borges disse che in fondo tutta la letteratura parla essenzialmente di tre sole cose: amore, odio e morte. In fin dei conti è così, gli esseri umani sono sempre uguali a se stessi attraverso le ere storiche e le culture. Cambiano i tempi e cambiano le società ma vizi e virtù degli uomini rimangono sempre gli stessi, e finché ci sarà un solo essere umano sulla faccia della Terra, sarà mosso dagli stessi istinti, sarà travolto dalle stesse paure e aspirerà alle stesse speranze di ogni uomo, in ogni tempo. In tutto questo mi piace raccontare l’epica dei singoli, che si muovono tra le pieghe della grande Storia.

Lei insegna Lettere. Quali sono gli autori che l’hanno ispirata, spingendola a cimentarsi nella scrittura?

Sono moltissimi. I grandi narratori della letteratura nordamericana, ma anche tanti nomi della letteratura scandinava, così come di quella yiddish. Un’impronta importante, però, me l’hanno data anche gli autori della tradizione letteraria veneta: Buzzati e Rigoni Stern su tutti.

Come cerca di trasmettere la passione per la lettura e la letteratura ai giovani di oggi?

È un processo umano e umanistico che richiede un dialogo profondo e permanente. E che necessita di passione, spirito di condivisione, empatia, entusiasmo e lealtà. Cerco anzitutto di far comprendere che nelle opere letterarie possiamo ritrovare noi stessi attraverso un percorso costellato da dubbi e domande. Nella letteratura, come nella vita, non si devono trovare risposte, ma cercare domande.

Matteo Righetto libro

Informazioni 

Matteo Righetto 
La stanza delle mele
Feltrinelli 

In apertura, Matteo Righeto ritratto da Pierantonio Tanzola.

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