Nata a Ferrara nel 1996, adottata da Milano e con un passaggio intermedio a Tokyo, vede gli spazi urbani come un laboratorio visivo a cielo aperto. Con un occhio rivolto alle stratificazioni delle metropoli, allena il suo sguardo fotografico a Milano
DI MARZIA NICOLINI
10 June 2026
Cerco di costruire immagini che si allontanino da una lettura puramente oggettiva. Mi interessano scorci inattesi, sovrapposizioni di piani, relazioni tra elementi e soprattutto la luce, che può cambiare completamente la percezione di uno spazio. L’architettura non mi interessa come contenitore statico, ma come organismo in relazione, attraversato e vissuto. Per questo spesso serve tempo: anche giornate intere per arrivare allo scatto che restituisce davvero quel luogo.
Si trattava di uno scatto commissionato, inserito nel racconto della facciata di un edificio storico con secondo affaccio su via Monte Napoleone, in un contesto di altissimo pregio. Quello che mi interessava restituire era il senso di stratificazione della città: un’architettura, soprattutto nel centro storico, non è mai un’entità autonoma, ma parte di un sistema che evolve nel tempo. Ho lavorato molto sulla relazione con ciò che la circonda, anche attraverso la presenza della cortina verde come quinta, per restituire l’idea di una città viva, in continua trasformazione.
Nel lavoro su commissione c’è una maggiore attenzione al progetto e alla sua restituzione, ma cerco comunque di mantenere uno sguardo autoriale. Nei progetti personali, invece, il processo è più libero e metodico allo stesso tempo: parto da un tema e costruisco un racconto che può svilupparsi anche nel tempo, lavorando su connessioni, rimandi e stratificazioni.
La formazione è centrale. Nasco come architetto, ho studiato a Ferrara in un percorso quinquennale, e questo si riflette nel modo in cui guardo e costruisco l’immagine: attenzione alle relazioni, alle geometrie, alla stratificazione dei piani. Torna spesso il tema del racconto dei luoghi e delle loro trasformazioni, anche in rapporto alle persone che li abitano: è una lettura che deriva direttamente dal mio background progettuale.
È stata un’esperienza decisiva. Mi ha portata fuori dalla mia zona di comfort, esponendomi a stimoli visivi completamente nuovi. Ho iniziato a fotografare in modo molto più consapevole, con l’idea di costruire un racconto. Ho viaggiato anche fuori dalle rotte turistiche, lavorando a un progetto nelle foreste di Nara, tra boschi di cedri e manifatture locali legate al legno: da chi produce bacchette a chi realizza fogli e lamine. Da lì è nato un lavoro sviluppato poi per Fotografia Europea a Reggio Emilia, che ha segnato il passaggio da interesse personale a pratica strutturata.
Al di là del grande orgoglio personale, lo considero soprattutto un dispositivo di crescita. Il Premio Musa offre occasioni concrete: esposizioni, accesso a festival, confronto con curatori e letture portfolio. Più che un punto di arrivo, ha costituito un passaggio che mi ha spronato e ispirato, senza contare i preziosi contatti ottenuti grazie al Premio.
Gabriele Basilico, per la capacità di leggere la città e i paesaggi produttivi; Luigi Ghirri e i coniugi Bernd e Hilla Becher, soprattutto per il loro approccio sistematico alla catalogazione. Sono riferimenti essenziali per me.
Un primo sguardo alla Milano più stratificata e storica, tra Quartiere Conciliazione e Santa Maria delle Grazie: pura bellezza. Poi il contemporaneo, con la Fondazione Prada come immagine di una città in forte evoluzione. Infine la dimensione più dinamica e quotidiana: scelgo sia Navigli, che Porta Venezia, vivaci e con una precisa identità.
Amo molto Verso Libri, in zona Ticinese: è un luogo raccolto, dove torno spesso per ritrovare concentrazione e stimoli. Mi piace poi spostarmi alla Cascina Nascosta, all’interno di Parco Sempione, perché permette di stare in città ma fuori dal suo ritmo più frenetico. E infine Villa Necchi Campiglio: uno spazio sospeso, quasi una dimensione parallela.
L’intervista a Martina Simonato è stata pubblicata su Club Milano 79