Il cantautore milanese è testimone privilegiato di un’età dell’oro in cui musicisti, designer, scrittori e intellettuali erano parte di un unico ambiente ad alto tasso creativo. Per questo, forse, non si è mai posto limiti di linguaggi e mezzi espressivi. E sì, oggi tornerebbe a vivere nella sua e nostra città
DI PAOLO CRESPI
25 June 2026
«Sono un ragazzo del Corvetto, metà milanese e metà napoletano, per parte di madre. Ai miei tempi quella era una periferia più tranquilla di com’è vista e considerata oggi. La mia formazione musicale inizia proprio nell’ambiente delle band di quartiere, dove a sedici anni suono il basso elettrico, dopo una prima esperienza come cantante in un gruppo spiritual. Fin da ragazzo coltivo il desiderio di lavorare nel mondo dello spettacolo dove però, di fatto, entrerò parecchio tempo dopo. Come tutti gli adolescenti scrivo poesie e mi diverto a mescolare note e parole. Proviamo in una sala utilizzata anche dai Giganti, di cui a volte utilizziamo gli strumenti, più professionali di quelli che noi ragazzini potremmo permetterci…»
Per un po’ resto nelle retrovie, i miei soci mi giudicano stonato e poi, si sa, il bassista ha sempre una posizione defilata. Un giorno mio zio mi regala una chitarra classica, con le corde di nylon, che io comincio a suonare come un’acustica, con il plettro, da autodidatta. E da chitarrista in erba e cantante mi conquisto pian piano il fronte del palco. Poi con la famiglia ci trasferiamo in Città Studi, io esco definitivamente dall’adolescenza e al primo anno di università (Ingegneria) faccio la conoscenza di un altro aspirante artista, di cui sono tuttora amico, il poeta milanese Maurizio Meschia, coautore tra l’altro di Modì, uno dei due brani inediti del mio recente Voci ribelli, l’album in cui rivisito alcuni capisaldi del mio repertorio grazie all’interpretazione e agli arrangiamenti di un gruppo di musicisti magrebini. Da studenti, mentre iniziamo a frequentare l’ambiente musicale milanese, lui si concentra sulla poesia, io invece mi sento portato per qualcos’altro…
Intorno al ’73-74. Ricordo che quando mi laureo, l’antivigilia di Natale del 1977, la mattina discuto la tesi e il pomeriggio termino la registrazione del mio primo album, realizzato con CBS Italia, neonata casa discografica di cui, come scoprirò in seguito, sono il primo autore messo sotto contratto, dopo un paio d’anni di gavetta nell’ambito de l’Ultima Spiaggia di Nanni Ricordi e Ricky Gianco.
No, da buon ingegnere chimico, appassionato di matematica, dopo la laurea ho collaborato per alcuni anni al settore scientifico-tecnico della Mondadori preberlusconiana, traducendo testi dall’inglese per i tascabili della Est. Erano gli anni d’oro di Linus, con Oreste Del Buono e i Formenton ancora alla guida della casa editrice fondata da Arnoldo.
Parlerei piuttosto di incontri fondamentali, e non solo nell’ambito musicale. Nella seconda metà degli anni Settanta il nostro mondo era estremamente variegato. Mi capitava di passare le serate a casa di Gianni Sassi, patron della Cramps, mitica etichetta indipendente, di conoscere personaggi come Mario Convertino o Demetrio Stratos, di intrecciare rapporti con Goffredo Fofi e Michele Straniero e di imbattermi in maestri indiscussi come Giorgio Gaber e, successivamente, Dario Fo, Vito Molinari…
La risposta più onesta, forse, è che quando mi dedico a un’attività usando un determinato mezzo di comunicazione, quella per me è la cosa migliore possibile, alla quale in quel momento, tengo di più, di tratti di un disco, di una trasmissione o del Dizionario dei comici. Cerco di concentrarmi di volta in volta su un progetto e di starci dentro completamente. Poi, come tutti, mi disperdo, tendo a strafare, commetto errori, li riconosco. Con gli anni sono diventato (moderatamente) più saggio. Cerco di limitare la bulimia creativa.
È stato come riprendere in mano dei vecchi libri e “riscriverli”. Quando ti guardi indietro capisci meglio alcuni snodi della tua storia e, se puoi, fai in modo che non vengano dimenticati. È come un lascito.
Mi sarebbe sempre piaciuto fare un musical. Ma, ahimè, non ho mai avuto le ingenti risorse necessarie per produrlo. Molti anni fa mi sono accostato al tema con un disco (registrato con il trio jazz di Gaetano Liguori) e uno spettacolo teatrale del titolo Il re del musical. Però, chissà, potrei sempre provarci… magari poi mi telefona Andrew Lloyd Webber e il progetto improvvisamente decolla!
Non ho mai riflettuto sul tema dell’età. Forse perché l’artista è un po’ come un bambino, che non pensa mai al “dopo”. E quindi vive in una dimensione totalmente slegata dalle cose contingenti. Pensa, Dario Fo, la mattina che è morto, cantava. Ed era contentissimo. Me l’ha raccontato Jacopo, suo figlio.
Attualmente vivo più a Torino che nella città dove sono nato e dove tutto è iniziato. Confesso che vorrei tornare ad abitare a Milano, cui mi legano un’infinità di ricordi, spettacoli, libri, tra cui Strà Milano. Lo stradario cantato della città, scritto ultimamente con Alessio Lega. Certo, come racconto in scena, “oggi per stare Milano devi avere tanti soldi, così ti compri un monolocale… e se ne hai tantissimi ti compri un bosco verticale”. Ora i quartieri nascono come funghi e la metropoli si estende a perdita d’occhio, perdendo inevitabilmente un po’ della sua identità. Ci aveva visto giusto Adriano Celentano con Il ragazzo della via Gluck, sogno ecologista ante litteram. Grande rispetto.