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ARTE

Angelo Crespi

Il grande cuore di un motore culturale

Sotto la sua direzione Grande Brera sta ridefinendo il proprio ruolo istituzionale con nuovi linguaggi, collaborazioni e visioni. Il complesso museale si espande, sperimenta e dialoga con la città, rileggendo la tradizione attraverso progetti innovativi

 

DI MARCO TORCASIO

07 January 2026

Nel suo passato lei ha lavorato come giornalista e nell’editoria prima di approdare alla guida di una grande istituzione museale. Quali competenze ha trasferito dal mondo dei media all’arte e in che modo questo percorso “non convenzionale” le dà un vantaggio nel contesto contemporaneo di un museo come Brera?

La comunicazione ha avuto un ruolo centrale nel rilancio di Brera, soprattutto nella creazione del brand “Grande Brera”. La mia esperienza nel giornalismo, la prima fase della mia vita professionale, mi ha portato a lavorare con importanti testate e a progettare molti prodotti editoriali, dai media tradizionali ai primi siti internet. Questo percorso mi ha fornito un solido bagaglio di competenze sui meccanismi della comunicazione, oggi fondamentali per un’istituzione culturale. La mia motivazione nasce da una passione profonda per la cultura, la letteratura e l’arte: per questo anche nel giornalismo mi sono sempre occupato prevalentemente di temi culturali.

Il progetto Grande Brera ambisce a fare del complesso un unicum internazionale. Quali sono state le prime sfide che ha incontrato e quali risultati ritiene già raggiunti?

La prima grande sfida è stata confrontarmi con un’istituzione completamente pubblica: in precedenza avevo sempre lavorato in fondazioni di partecipazione, realtà ibride ma con una forte componente privata. Comprendere i meccanismi della gestione pubblica è stato il passo iniziale e più complesso. Sul piano dei risultati, in due anni i visitatori sono passati da 450.000 a 600.000, con un significativo incremento dei ricavi. L’apertura di Palazzo Citterio, attesa da cinquant’anni, ha rappresentato un momento decisivo per dare forma concreta al progetto Grande Brera. Parallelamente, sono riuscito a riunire attorno al museo un gruppo di stakeholder, grandi imprenditori e famiglie dell’arte, che sostengono economicamente lo sviluppo del complesso. Sul piano culturale, la mostra dedicata a Giorgio Armani sta riscuotendo un successo straordinario. Sul fronte dell’innovazione abbiamo introdotto strumenti nuovi per l’Italia, come la realtà aumentata applicata alla progettazione degli allestimenti. Infine, un aspetto per me fondamentale: i progetti sociali. Con il carcere di Opera, ad esempio, abbiamo realizzato un grande murale e attivato laboratori dedicati ai detenuti, parte di un percorso più ampio di apertura verso i pubblici fragili.

Spesso i musei sono percepiti come “luoghi separati” dalla città. Come intende rendere Brera più radicata nel tessuto urbano?

La nostra risposta è stata aprirci realmente al territorio. Abbiamo attivato progetti con detenuti, bambini autistici, malati di Alzheimer, ipovedenti, famiglie in difficoltà: una rete di iniziative che ha reso Brera un luogo più permeabile e vicino alla città. Solo nell’ultimo anno abbiamo accolto 1.200 classi, un dato che dimostra quanto Brera sia ormai un punto di riferimento per la comunità.

La mostra Giorgio Armani: Milano, per amore segna un dialogo tra moda e arte. Come è nata l’idea? E quali sfide ha comportato?

Il rapporto tra moda e museo è già maturo nei grandi istituti internazionali, come il Louvre o il Metropolitan, mentre in Italia è ancora in via di consolidamento. Quando sono arrivato, ho ricostituito il Dipartimento di Scultura e Arti Applicate, che non esisteva più, e proprio in quel periodo Giorgio Armani ha visitato la Pinacoteca. Armani è letteralmente il nostro vicino di casa: il suo headquarter confina con Brera. Da quell’incontro è nata l’idea di celebrare i cinquant’anni della maison con una mostra all’interno del percorso espositivo permanente. La sfida principale è stata evitare che il percorso della moda interferisse con quello dei capolavori antichi. Abbiamo quindi costruito un dialogo basato su colori, atmosfere e sensibilità delle sale, senza creare sovrapposizioni forzate. Gli abiti, presentati su grandi calchi, aggiungono un livello contemporaneo di lettura alla visita, senza togliere spazio a Caravaggio, Raffaello o Piero della Francesca. Del resto, la storia dell’arte è già storia del costume: in Pinacoteca abbiamo percorsi didattici dedicati a gioielli e vesti proprio per mostrare come le due dimensioni siano da sempre intrecciate.

Quale messaggio desidera che il pubblico porti con sé da questa esperienza?

Che la bellezza antica e la bellezza contemporanea possono incontrarsi armoniosamente. Lo stile Armani, fondato sull’eleganza della sottrazione, dialoga con la misura e l’armonia delle opere del Rinascimento, creando un equilibrio che il pubblico percepisce con grande intensità.

In un’epoca di trasformazione dei pubblici e dei linguaggi, quali sono le priorità di Brera nel coinvolgere nuovi visitatori?

Per la prima volta lo Stato, a Milano, si presenta con un grande polo museale unito, sul modello di Firenze e Roma. Fino a oggi i Musei Civici erano percepiti come un sistema più coerente; ora, sotto il marchio Grande Brera, anche i musei statali parlano con una sola voce. Questo comporta il rafforzamento delle competenze manageriali e l’elaborazione di strategie comuni. I buoni risultati economici hanno portato ad affidare ai musei nuove responsabilità, nella convinzione che un sistema ben gestito generi benefici anche per altre realtà culturali. Come direttore, ho pensato al marchio “Grande Brera” per rappresentare l’intero complesso – Pinacoteca, Biblioteca Braidense, Palazzo Citterio, Cenacolo – in modo coordinato. L’Accademia celebrerà l’anno prossimo i 250 anni e sarà l’occasione per ribadire l’identità unitaria di un luogo in cui, fin dal Cinquecento, convivono conservazione, formazione, ricerca e innovazione. Il nostro impatto economico è enorme: quasi 500 milioni di euro di indotto. Con 600.000 visitatori l’anno e un cortile attraversato da oltre un milione e mezzo di persone ogni mese, dopo piazza Duomo siamo probabilmente il luogo più frequentato della città. Siamo, di fatto, il suo centro culturale. Oggi i musei sono vere e proprie cattedrali della contemporaneità: non luoghi di intrattenimento, ma spazi dove cercare senso, memoria, identità e ispirazione.

Quale eredità vorrebbe lasciare come direttore generale?

Milano è una città in crescita e il rapporto tra la città e Brera è reciproco: noi beneficiamo della sua energia e Milano beneficia dell’esistenza di un museo come il nostro. L’apertura di Palazzo Citterio dopo cinquant’anni rappresenta, oggi, l’eredità più significativa della mia direzione: il tassello che completa e dà piena forma al progetto Grande Brera.

L’intervista ad Angelo Crespi è stata pubblicta su Club Milano 77

 

 

 

In apertura, Angelo Crespi. Courtesy Grande Brera

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