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CITTÀ

Città olimpica, non ancora città dello sport

Il grande evento a cinque cerchi ha dato alla città nuove arene per vedere lo sport, ma non per praticarlo. La situazione attuale delle strutture è migliorabile, ma non è distante da quelle di altre capitali europee

DI ENRICO S. BENINCASA

10 March 2026

Il 6 febbraio 2026, con l’accensione del braciere da parte di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, Milano è diventata una città olimpica, privilegio che possono vantare meno di 50 città nel mondo. Le Olimpiadi storicamente avvicinano le persone allo sport ma, adesso che l’evento si è concluso, cosa resta? A Milano sicuramente le due nuove strutture costruite a Santa Giulia e a Rho, negli spazi della fiera (che sarà ribattezzata Live Dome). Entrambe saranno destinate a ospitare eventi sportivi, ma non solo.

Non c’è però solo lo sport ai massimi livelli e quanto una città sia “sportiva” lo si vede dalle strutture che offre al pubblico. Da questo punto di vista, il grande evento non ha mutato lo stato delle cose. La sensazione è che si sia sfruttata l’occasione per dare alla città strutture per vedere lo sport, più che per praticarlo. A Milano, in ogni caso, si fa sport tutti i giorni. Secondo un’indagine del Centro Studi di Confcommercio Milano-Lodi-Monza Brianza dello scorso luglio, in città ci sono 762 strutture sportive di cui quasi la totalità attive (il 97,6%). Più della metà – il 55,7% – sono parte integrante di centri sportivi utilizzati da società dilettantistiche. La maggior parte degli impianti è polivalente e indoor. Di quelli monovalenti, invece, la quasi totalità è outdoor (si tratta perlopiù dei campi da calcio). La proprietà degli impianti vede una leggera prevalenza – 53% – del pubblico, ma spesso sono dati in concessione a privati come federazioni nazionali e società sportive. Sono solo 24 le strutture gestite direttamente dal comune attraverso MilanoSport Srl, e si tratta principalmente di piscine.

Sempre secondo la suddetta indagine, i milanesi amano andare in palestra: quasi il 29% è iscritto a centri fitness. Vengono poi gli sport di combattimento, la ginnastica, la danza sportiva, il calcio, la pallavolo, il nuoto e il tennis. I dati si riferiscono ai tesserati presso associazioni ed enti di promozione sportiva: sono circa 210 mila, il 15,4% dei residenti secondo i dati ISTAT al 1° gennaio 2025. Non sono considerati quindi coloro che praticano sport “senza tessera”, sia in strutture sia all’aperto, ma è un dato comunque indicativo della propensione allo sport in città. Ma come è messa Milano rispetto a città come Londra, Parigi e Madrid? Analizzando i dati forniti da fonti istituzionali locali e database pubblici nazionali, comunque non completamente sovrapponibili per la definizione di “impianto sportivo” che varia da Paese a Paese, si nota come l’area della Greater London, nella quale vivono circa 9 milioni di persone, conta circa 4.500 strutture. Parigi, invece, si attesta su circa 2 mila, mentre Madrid su 1.200. In Italia, Roma ne ha circa 1.600. I dati sono troppo grezzi per un’analisi approfondita, ma se guardiamo al rapporto strutture sportive per abitante Milano si colloca in una posizione intermedia: meglio di una città da oltre 3 milioni di abitanti come Madrid, in linea con Roma (2,75 milioni di abitanti) ma distante da Parigi (2,1 milioni), che però è spesso criticata per la presenza di impianti piccoli e iper-utilizzati. Si può fare meglio? Certamente, magari prendendo spunto da casi come quello londinese, che punta su una rete capillare di strutture nei quartieri accessibili a tutti. E questo aspetto, insieme a quello del numero degli impianti, può fare la differenza.

Articolo pubblicato su Club Milano 78

 

 

 

In apertura, veduta dall’alto del Velodromo Maspes-Vigorelli. Foto di Minnitre. Wikimedia Commons 

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